Dopo aver approfondito il lato concettuale di "Centuries of Purgatory", i Darkhold ci accompagnano ora dentro la dimensione più tecnica e compositiva del loro nuovo lavoro. Un album che rappresenta un'evoluzione naturale rispetto a "Tales From Hell", ma che mostra una band ancora più consapevole dei propri mezzi, capace di unire aggressività, atmosfera e una scrittura sempre più articolata. Dalla costruzione dei brani alla scelta delle sonorità, dal ruolo fondamentale della sezione ritmica fino al lavoro svolto in studio con i Nadir Studio di Tommy Talamanca, Claudio racconta il percorso che ha portato alla nascita di un disco complesso e ambizioso, dove ogni dettaglio è funzionale alla narrazione dei Vizi Capitali e all'universo creato dai Darkhold.
1. Direste che "Centuries of Purgatory" è il disco in cui avete finalmente trovato il vostro equilibrio definitivo tra tecnica, aggressività e atmosfera?
Claudio: La verità è che ogni album fa storia a sé, perché è la summa di un percorso attitudinale lungo e laborioso che porta alla definizione di suoni, stile, tempi e velocità, con in questo caso un incremento non indifferente di energie per implementare il tasso tecnico esecutivo dei brani, per definire un'aggressività più "controllata" e mirata e per ottimizzare il supporto generale che l'atmosfera dell'album ha dato al tutto. Se "Tales From Hell" prevedeva maggiori momenti "furiosi", dettati non solo dal fatto che le tematiche si prestavano molto a spingere sull'acceleratore, ma anche perché era l'album d'esordio della band, "Centuries of Purgatory" è un album più marziale, decisamente più ostico e duro, complice l'ambientazione più "umana" e quindi più aspra e cruda, il tutto amalgamando a dovere gli elementi citati prima e fornendo un risultato complessivo compatto e solido.
2. Il songwriting appare più complesso rispetto a "Tales From Hell". Come nasce oggi un brano dei Darkhold, dalla prima idea fino alla versione definitiva?
Claudio: Le idee per "Centuries of Purgatory" in verità erano chiare sin da prima della costruzione musicale dell'album, perché definite dalla linea tematica basata sui Vizi Capitali all'interno delle Cerchie Purgatoriali dantesche. Da qui si è partiti con strutture ritmiche che potessero rispecchiare il mood di ogni brano in relazione alla tematica stabilita e, quasi in contemporanea, ma come parte terminale, la scrittura delle liriche. Infine si sono perfezionati gli arrangiamenti e i pattern di ogni strumento, con una preproduzione per singolo strumento che, di volta in volta, associata nell'ascolto agli altri strumenti, ha definito la visione finale delle composizioni stesse.
3. Quanto materiale avete scritto prima di arrivare alla tracklist finale di "Centuries of Purgatory"?
Claudio: La definizione della tracklist era già nota prima di iniziare la costruzione musicale, quindi nove brani che includessero l'Antipurgatorio, i sette Vizi Capitali e per ultimo l'ingresso al Paradiso Terrestre. Per giungere però alla composizione finale di ogni brano, i riff creati e scartati sono stati tanti, per molteplici ragioni, ma comunque funzionali fino all'osso alla composizione migliore di ogni singolo brano. Molte idee sono ovviamente rimaste nel cassetto per i progetti compositivi futuri, ma non è detto che vedranno per forza la luce, perché bisognerà vedere quanto potranno essere adatte alle tematiche che svilupperemo per i prossimi album.
4. Le due chitarre lavorano spesso creando intrecci e dinamiche differenti. Quanto è importante per voi evitare che il riffing diventi prevedibile?
Claudio: Questa domanda si allaccia perfettamente alla precedente nella definizione funzionale di uno o più riff, di chitarra o basso, di un pattern di batteria o di una linea vocale in relazione all'espressività e all'importanza tematica richiesta al brano nel suo scheletro strutturale. Diciamo che, per esempio, usare un riff lento e cadenzato, con magari un cantato melodico, per definire un Vizio Capitale come l'Ira, difficilmente potrebbe centrare il bersaglio se comparato con un riffing veloce e massiccio e un cantato aggressivo, proprio perché determinati tempi e modi si mettono direttamente al servizio del tema trattato, almeno secondo la nostra idea personale.
5. "Ghost Shadows" apre il disco con grande energia, mentre altri brani mostrano una maggiore ricerca atmosferica. Come decidete la posizione e il ruolo di ogni traccia all'interno dell'album?
Claudio: Proprio per i motivi esplicati prima, ogni brano, a seconda del riff portante, del ritmo o di un embrionale cantato, mentre viene creato viene anche analizzato e inserito nella posizione adatta al tema trattato, e da lì sviluppato e costruito in maniera assolutamente creativa, ma nel rispetto del tema che si vuole raccontare. È più facile a dirsi che a farsi, in verità: c'è un notevole lavoro alle spalle e quindi tante volte si sono affrontate determinate problematiche "in apnea", senza sosta e in modo serrato, e tutto ciò si riflette inevitabilmente nel brano stesso, che trasuda positivamente o negativamente emozioni vere e sincere, come una immedesimazione totale in riferimento al tema trattato.
6. La sezione ritmica ha un ruolo fondamentale nel mantenere il groove del disco. Quanto lavoro c'è stato dietro batteria e basso per ottenere questa solidità?
Claudio: La sezione ritmica è la struttura ossea di un brano, attorno a cui si legano i muscoli dei riff di chitarra e il sistema nervoso delle linee vocali, e fortunatamente nella band abbiamo due persone a capo di questi strumenti, Giuseppe Celeste al basso e Jacopo Casadio alla batteria, che sanno davvero il fatto loro, con anni e anni di gavetta personale affinati prima con il progetto tributo ai Testament denominato The Preachers (e riproporre dal vivo l'operato della band californiana di Oakland, credetemi, non è cosa da poco) e contemporaneamente con la costruzione del primo album marchiato Darkhold, per poi perfezionarsi ulteriormente con il secondo album. Ho usato volutamente l'avverbio "ulteriormente" proprio per definire il fatto che queste due persone, con cui ho la fortuna di poter suonare e condividere tutte queste esperienze, hanno un potenziale enorme di evoluzione per i progetti futuri della band, e con loro il chitarrista ritmico Giovanni Casagrande e il solista Eros Mozzi, con il quale condivido gioie e dolori da 26 anni e senza il quale nulla di tutto questo avrebbe mai avuto vita. Quindi il lavoro dietro "Centuries of Purgatory" è stato, come sempre per noi, un lavoro di concerto, verso una direzione comune.
7. La produzione restituisce un suono potente ma non eccessivamente levigato. Qual era l'obiettivo principale quando siete entrati in studio?
Claudio: Scegliendo i Nadir Studio di Tommy Talamanca sapevamo perfettamente che cosa avremmo voluto per il nuovo album, cioè una produzione più corposa ma non finta, un suono più definito ma non "leccato", una visione nuova e personale che desse il giusto risalto alla parte musicale di ogni singolo strumento nel giusto equilibrio e che facesse percepire la sofferenza della voce attraverso i testi, ma senza scavalcare la resa sonora, piuttosto amalgamandosi a essa per sottolineare quanto ogni parte di noi sia soggetta ai Vizi Capitali in maniera assoluta. Il risultato finale ci ha persino strabiliato, dando forza inaspettata a brani che nella fase di pre-produzione non ci stavano convincendo fino in fondo, ma che grazie alle mani magiche di Tommy hanno saputo esplodere con vigore, dandoci indietro sensazioni nuove e all'altezza del percorso insito nel disco stesso.
8. Qual è stato il momento più difficile nella realizzazione di "Centuries of Purgatory" e quale invece quello che vi ha dato maggiore soddisfazione?
Claudio: Il momento più difficile è stato sicuramente quello della composizione. Non nascondiamo che le nostre vite private ci hanno preso abbastanza a pugni nell'ultimo anno e mezzo, impegnandoci non poco tra lavoro, famiglia e recupero di energie primarie. Quindi, in verità, sei dei nove brani dell'album, con in più tutta la pre-produzione, il follow up della parte grafica dell'album e del nuovo merchandising, il booking dei prossimi mesi, la promozione continua attraverso tutti i canali disponibili, ci hanno costretto a fare tutto "in apnea" per avere tutto pronto per il release party dell'11 luglio e per le date estive di spessore appena concluse. Il tutto senza contare la tensione a corrente alternata di registrazione, mix, master e tempistiche di stampa al fotofinish per CD e vinili, il nuovo comparto di foto promozionali, il video ufficiale di "The Slithering" e il lyric video di "Roots Of Arrogance". Mescolare, shakerare, ghiacciare e servire freddo per un'estate dal tasso metallico assolutamente rovente, e non solo per le temperature raggiunte. Il momento invece di maggiore soddisfazione è stato proprio avercela fatta, nonostante tutto, e aver ricevuto già feedback strabilianti in termini di recensioni, interviste, responso social e soprattutto live del pubblico coinvolto: dai nuovi brani e dal nuovo corso, dal merchandising venduto e dai contatti futuri che si palesano con gioia per la costruzione del prossimo futuro artistico della band. La strada ancora è lunga.
9. C'è un passaggio, un riff o una soluzione presente nel disco che considerate particolarmente rappresentativa della crescita tecnica della band?
Claudio: Ci sono brani molto difficili da suonare e cantare nel nuovo album, come la modernità aggressiva di "Roots Of Arrogance" o i cambi di tempo repentini e un po' schizzati di "Jangled Nerves", ma ci sono anche soluzioni più giovani, come il finale di "All Mine", o arrangiamenti carichi di pathos come in "Lost In Lust". Tutto ciò per me è sinonimo di crescita, di evoluzione, di desiderio di cambiamento e di cammino verso obiettivi inizialmente impensabili e apparentemente irraggiungibili, che hanno permesso a questa band di ritagliarsi in poco tempo una posizione già importante nella scena underground italiana. Non tanto per l'esperienza quasi trentennale del sottoscritto o per i risultati passati come garanzia di qualità a scatola chiusa, ma perché si è creduto, si crede e si crederà sempre gli uni negli altri, perché solo insieme si raggiungono determinati livelli e obiettivi. E solo insieme accadrà: questa è la vera crescita che vogliamo portarci dentro.
10. Dopo un album così strutturato, avete già iniziato a pensare alla direzione musicale del prossimo capitolo dei Darkhold?
Claudio: Come detto prima, il progetto Darkhold, in quanto concept che crea concept, è partito dall'Inferno e sta transitando in Purgatorio, per arrivare ovviamente al Paradiso, ma senza dimenticare che questi costrutti sono prettamente umani e, in verità, nello spazio e nel tempo, c'è ben oltre. Perché il Peccato non ha padrone né creatore, se non sé stesso, non conosce confini o giurisdizioni emotive e fisiche, non ha pietà e non ha obiettivi reali, non avrà fine e non se ne trova il principio, trascende regole e leggi universali ma vuole solo una cosa: essere vissuto, respirato e divulgato. Il Peccato vuole tutto, e lo avrà...
Claudio: La sezione ritmica è la struttura ossea di un brano, attorno a cui si legano i muscoli dei riff di chitarra e il sistema nervoso delle linee vocali, e fortunatamente nella band abbiamo due persone a capo di questi strumenti, Giuseppe Celeste al basso e Jacopo Casadio alla batteria, che sanno davvero il fatto loro, con anni e anni di gavetta personale affinati prima con il progetto tributo ai Testament denominato The Preachers (e riproporre dal vivo l'operato della band californiana di Oakland, credetemi, non è cosa da poco) e contemporaneamente con la costruzione del primo album marchiato Darkhold, per poi perfezionarsi ulteriormente con il secondo album. Ho usato volutamente l'avverbio "ulteriormente" proprio per definire il fatto che queste due persone, con cui ho la fortuna di poter suonare e condividere tutte queste esperienze, hanno un potenziale enorme di evoluzione per i progetti futuri della band, e con loro il chitarrista ritmico Giovanni Casagrande e il solista Eros Mozzi, con il quale condivido gioie e dolori da 26 anni e senza il quale nulla di tutto questo avrebbe mai avuto vita. Quindi il lavoro dietro "Centuries of Purgatory" è stato, come sempre per noi, un lavoro di concerto, verso una direzione comune.
7. La produzione restituisce un suono potente ma non eccessivamente levigato. Qual era l'obiettivo principale quando siete entrati in studio?
Claudio: Scegliendo i Nadir Studio di Tommy Talamanca sapevamo perfettamente che cosa avremmo voluto per il nuovo album, cioè una produzione più corposa ma non finta, un suono più definito ma non "leccato", una visione nuova e personale che desse il giusto risalto alla parte musicale di ogni singolo strumento nel giusto equilibrio e che facesse percepire la sofferenza della voce attraverso i testi, ma senza scavalcare la resa sonora, piuttosto amalgamandosi a essa per sottolineare quanto ogni parte di noi sia soggetta ai Vizi Capitali in maniera assoluta. Il risultato finale ci ha persino strabiliato, dando forza inaspettata a brani che nella fase di pre-produzione non ci stavano convincendo fino in fondo, ma che grazie alle mani magiche di Tommy hanno saputo esplodere con vigore, dandoci indietro sensazioni nuove e all'altezza del percorso insito nel disco stesso.
8. Qual è stato il momento più difficile nella realizzazione di "Centuries of Purgatory" e quale invece quello che vi ha dato maggiore soddisfazione?
Claudio: Il momento più difficile è stato sicuramente quello della composizione. Non nascondiamo che le nostre vite private ci hanno preso abbastanza a pugni nell'ultimo anno e mezzo, impegnandoci non poco tra lavoro, famiglia e recupero di energie primarie. Quindi, in verità, sei dei nove brani dell'album, con in più tutta la pre-produzione, il follow up della parte grafica dell'album e del nuovo merchandising, il booking dei prossimi mesi, la promozione continua attraverso tutti i canali disponibili, ci hanno costretto a fare tutto "in apnea" per avere tutto pronto per il release party dell'11 luglio e per le date estive di spessore appena concluse. Il tutto senza contare la tensione a corrente alternata di registrazione, mix, master e tempistiche di stampa al fotofinish per CD e vinili, il nuovo comparto di foto promozionali, il video ufficiale di "The Slithering" e il lyric video di "Roots Of Arrogance". Mescolare, shakerare, ghiacciare e servire freddo per un'estate dal tasso metallico assolutamente rovente, e non solo per le temperature raggiunte. Il momento invece di maggiore soddisfazione è stato proprio avercela fatta, nonostante tutto, e aver ricevuto già feedback strabilianti in termini di recensioni, interviste, responso social e soprattutto live del pubblico coinvolto: dai nuovi brani e dal nuovo corso, dal merchandising venduto e dai contatti futuri che si palesano con gioia per la costruzione del prossimo futuro artistico della band. La strada ancora è lunga.
9. C'è un passaggio, un riff o una soluzione presente nel disco che considerate particolarmente rappresentativa della crescita tecnica della band?
Claudio: Ci sono brani molto difficili da suonare e cantare nel nuovo album, come la modernità aggressiva di "Roots Of Arrogance" o i cambi di tempo repentini e un po' schizzati di "Jangled Nerves", ma ci sono anche soluzioni più giovani, come il finale di "All Mine", o arrangiamenti carichi di pathos come in "Lost In Lust". Tutto ciò per me è sinonimo di crescita, di evoluzione, di desiderio di cambiamento e di cammino verso obiettivi inizialmente impensabili e apparentemente irraggiungibili, che hanno permesso a questa band di ritagliarsi in poco tempo una posizione già importante nella scena underground italiana. Non tanto per l'esperienza quasi trentennale del sottoscritto o per i risultati passati come garanzia di qualità a scatola chiusa, ma perché si è creduto, si crede e si crederà sempre gli uni negli altri, perché solo insieme si raggiungono determinati livelli e obiettivi. E solo insieme accadrà: questa è la vera crescita che vogliamo portarci dentro.
10. Dopo un album così strutturato, avete già iniziato a pensare alla direzione musicale del prossimo capitolo dei Darkhold?
Claudio: Come detto prima, il progetto Darkhold, in quanto concept che crea concept, è partito dall'Inferno e sta transitando in Purgatorio, per arrivare ovviamente al Paradiso, ma senza dimenticare che questi costrutti sono prettamente umani e, in verità, nello spazio e nel tempo, c'è ben oltre. Perché il Peccato non ha padrone né creatore, se non sé stesso, non conosce confini o giurisdizioni emotive e fisiche, non ha pietà e non ha obiettivi reali, non avrà fine e non se ne trova il principio, trascende regole e leggi universali ma vuole solo una cosa: essere vissuto, respirato e divulgato. Il Peccato vuole tutto, e lo avrà...
Links:
Bandcamp
Deezer
Spotify
YouTube


Commenti
Posta un commento