Intervista ai BARA


Con “Mary Cry”, i “Bara” aprono una nuova fase del proprio percorso artistico, trasformando il cambiamento in una frattura creativa capace di ridefinire il suono senza rinnegarne le origini. L’ingresso di nuovi musicisti ha ampliato la dimensione espressiva della band, portando maggiore dinamismo e una diversa profondità narrativa, pur mantenendo intatta l’identità oscura e visionaria che da sempre li caratterizza. Tra tensione teatrale, istinto e ricerca emotiva, il gruppo racconta la nascita di questo nuovo capitolo, sospeso tra continuità e trasformazione.

1. “Mary Cry” sembra segnare una frattura ma anche una continuità: qual è la crepa da cui è nata questa nuova fase?
La crepa da cui è nata questa nuova fase è semplicemente l'aggiunta alla band di batteria, basso e chitarra (Massimo P., Gas e Luca Stoppy), che hanno portato un nuovo dinamismo, tanto da farci sentire il bisogno di modificare il nome da “Barafoetida” a “Bara”.

2. Quanto ha influito il cambio di nome sulla vostra libertà creativa?
Non è cambiato assolutamente niente. Il cambio di nome è solo un fattore psicologico nostro. In realtà non rinneghiamo il nostro passato.

3. Nei vostri brani si percepisce una forte tensione narrativa: pensate alla musica anche come racconto?
Senza dubbio. Abbiamo una forte tendenza alla musica narrativa; infatti il nostro full-length “777_Obscura Somnia” è un concept.

4. Che ruolo ha avuto il tempo tra “Barafoetida” e “Bara” nel ridefinire il vostro suono?
Il tempo non c'entra nulla. Con l'entrata dei nuovi elementi fissi la struttura dei brani è naturalmente cambiata.


5. L’estetica teatrale del disco è più istintiva o costruita a tavolino?
L'estetica teatrale del disco è completamente istintiva, niente è costruito a tavolino. Facciamo ciò che ci sentiamo di fare.

6. Qual è stata la sfida più grande nel trovare un equilibrio tra oscurità e apertura?
Nessuna sfida. Se c'è una differenza tra il prima e il dopo, noi non ce ne siamo accorti.

7. I vostri testi sembrano meno chiusi nel dolore: è una scelta consapevole o una conseguenza naturale?
All'inizio i testi erano tutti del “poeta” Triplax Vermifrux; ora, con la scrittura dei testi anche da parte di altri, le sensibilità sono cambiate.

8. Come nasce un vostro brano tipo: parte prima l’immagine, il suono o l’emozione?
È un processo organico. Può capitare che un verso o un’immagine restino in testa e da lì si sviluppi il pezzo. Oppure nasce da una sequenza di note, da un suono, e il brano prende vita quasi da solo. Non c’è mai un percorso uguale.

9. Quanto conta per voi lasciare “imperfezioni” emotive all’interno di una struttura tecnica così precisa?
Siamo molto orgogliosi delle imperfezioni: ci hanno permesso di lasciarci alle spalle l’eccessiva meccanicità dell’elettronica pura.

10. Se “Mary Cry” fosse una crepa nel muro, cosa si intravedrebbe dall’altra parte?
Se “Mary Cry” fosse una crepa nel muro, guardando dall’altra parte vedresti un mondo capovolto, dove tutto ciò che pensavi di sapere si ribalta: la fine diventa l’inizio.


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