A LIQUID LANDSCAPE "Rogue Planet" (Recensione)


Full-length, Glassville Music
(2026)

Ci sono dischi che sembrano arrivare da molto lontano. Non geograficamente — anche se i Paesi Bassi continuano a produrre outsider sonori con inquietante regolarità — ma emotivamente, quasi cosmicamente. Rogue Planet, terzo album degli A Liquid Landscape, ha il peso specifico di un corpo celeste fuori orbita: freddo, silenzioso, bellissimo e pericolosamente umano.

Dopo quasi un decennio di assenza, la band olandese riemerge dal vuoto con un lavoro che non cerca di inseguire il revival prog contemporaneo né di lucidare nostalgie post-rock da festival europeo. Qui dentro pulsa qualcosa di più irrequieto: un’alternativa rock mutante, intrisa di malinconia novantiana, chitarre liquide e tensione esistenziale. Come se gli Anathema dell’era Judgement avessero attraversato una tempesta magnetica insieme ai primi Karnivool e ai fantasmi atmosferici dei Riverside.

Il disco si apre con la doppia suite “Few and Far Between”, undici minuti abbondanti che funzionano come manifesto estetico dell’album: riff che respirano, dinamiche cinematiche e quella capacità rara di far convivere fragilità e impatto senza trasformare tutto in sterile virtuosismo prog. Gli A Liquid Landscape hanno finalmente capito che la tecnica è utile solo quando serve a far sanguinare le canzoni.“Intention” e “Consequence” rappresentano il cuore emotivo del lavoro: alternative rock dai contorni crepuscolari, attraversato da riverberi analogici e da una scrittura che evita il melodramma pur restando profondamente vulnerabile. La produzione di Niels van Dam mantiene tutto volutamente organico, quasi ruvido, lasciando spazio a un suono vivo, tridimensionale, lontano dalla compressione senz’anima di molta scena moderna.

Ma è nella dittica “Raven Song” che Rogue Planet trova il proprio momento più spettrale. Le chitarre sembrano fenditure luminose in un cielo industriale, mentre la voce di Fons Herder galleggia tra disillusione e redenzione, senza mai scegliere davvero da che parte stare. Ed è forse proprio questa ambiguità a rendere il disco così affascinante: non offre conforto, ma compagnia nella deriva.

La conclusiva “Virgo Calling”, quasi dieci minuti di lenta combustione emotiva, è un finale che non esplode mai completamente — e proprio per questo lascia il segno. Gli A Liquid Landscape comprendono una verità dimenticata: la tensione può essere più devastante della catarsi. Il concetto di “rogue planet”, il pianeta errante che vaga senza orbita, diventa qui metafora perfetta della contemporaneità: iperconnessi eppure isolati, costantemente esposti ma emotivamente dispersi. Non è un concept album nel senso classico del termine; è piuttosto un diario di collisioni interiori.

In un panorama prog spesso ossessionato dalla complessità matematica o dall’autocelebrazione tecnica, Rogue Planet sceglie una strada più difficile: quella dell’atmosfera, della sottrazione, della cicatrice emotiva. È progressive rock per chi ha smesso di voler impressionare e ha iniziato a voler sentire. Gli A Liquid Landscape non tornano semplicemente con un nuovo disco. Tornano con un’identità finalmente compiuta. E nel vuoto cosmico di Rogue Planet, il silenzio fa ancora più rumore della distorsione.

By Redazione

Tracklist:
1. A Few and Far Between Part 1 
2. A Few and Far Between Part 2 
3. Intention 
4. Consequence
5. Raven Song Part 1 
6. Raven Song Part 2 
7. Virgo Calling 

Line-up / Musicians:
- Niels van Dam / lead guitar
- Robert van Dam / bass
- Fons Herder / vocals, guitar
- Coen Speelman / drums



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