Intervista ai THE MUGSHOTS


Nel panorama underground, i The Mugshots si distinguono per un approccio compositivo rigoroso e una visione artistica in continua evoluzione. Il progetto prende forma dalla mente del suo principale autore, che costruisce ogni brano partendo da solide fondamenta strumentali per poi rifinirlo in fase di produzione insieme a collaboratori fidati. Il risultato è un sound che attraversa generi e suggestioni – dal black metal alla new wave fino al progressive – mantenendo sempre una forte identità. Con l’album "Gloomy, Eerie And Weird", la band consolida questa attitudine, dando vita a un lavoro stratificato, cinematografico e coerente, dove ogni traccia contribuisce a definire un universo sonoro personale e riconoscibile.

1. Come nasce generalmente un vostro brano?
Da sempre compongo la musica e scrivo i testi di tutti i brani dei Mugshots. Registro una demo che contiene tutte le parti strumentali e vocali e poi – così è stato soprattutto per "Gloomy, Eerie And Weird" – mi confronto col chitarrista e produttore Priest (e con i musicisti coinvolti) per raffinare gli arrangiamenti.

2. Partite più spesso da un riff, da un’idea melodica o da un’atmosfera?
Parto da un riff di chitarra o da un giro di basso. Aggiungo una batteria che dia un minimo l'idea di come dovrebbe suonare, poi aggiungo tastiere e infine le voci. Il testo nasce dopo che il brano strumentale è completo.

3. C’è un pezzo del disco che rappresenta meglio il vostro stile?
No, perché lo stile dei Mugshots è mutevole, come l'umore di una persona. La persona rimane coerentemente la stessa (così come il progetto musicale), ma allo stesso tempo cambia a seconda dell'umore del momento.

4. Qual è stato il brano più complesso da sviluppare?
"Flow, My Tears". Ringrazio Priest per la pazienza dimostrata durante l'arrangiamento del brano, che reca un suo splendido assolo con magistrali armonizzazioni di basso di Matt M. Però ci ho messo parecchio tempo a capire come avrei cantato la strofa.


5. Come gestite la varietà di stili all’interno dello stesso album?
Non l'ho mai percepito come una problematica. L'importante è mantenere una coerenza a livello di produzione dell'album, così da far coesistere serenamente la varietà di stili. Cosa che in passato è stata ritenuta “normale”: pensiamo a "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles, "London Calling" dei Clash, "The Black Album" dei Damned, "The Gospel According To the Meninblack" degli Stranglers.

6. Quanto spazio lasciate alla sperimentazione?
Non riesco a definire in modo chiaro “sperimentazione”: sperimentare può voler dire tutto e nulla, c'è la sperimentazione armonico-melodico-ritmica nella musica d'accademia, ad esempio. Oppure, nel nostro caso, potrebbe essere ritenuto sperimentale far coesistere nello stesso brano il black metal, la new wave e il rock progressivo.

7. Ci sono momenti di improvvisazione nella vostra musica?
Assolutamente no.

8. Alcuni brani hanno un’impronta molto cinematografica: è una scelta voluta?
Assolutamente sì.

9. Come decidete quando un pezzo è davvero finito?
I brani dei Mugshots nascono “già finiti”, anche nella loro versione demo. Ho le idee molto chiare quando si tratta di dare una struttura a un brano.

10. C’è una traccia a cui siete particolarmente legati?
In "Gloomy, Eerie And Weird" è per me impossibile non essere legato ad "Inter Ludus (An Embalmer's Lullaby Part III)": è stato un onore immenso avere alle tastiere Tommy Talamanca dei Sadist e – soprattutto – Mario “The Black” Di Donato alla voce e chitarre soliste. È la sua ultima performance prima del suo abbandono di questa dimensione e ricordo con grande gioia il suo entusiasmo in fase di registrazione del brano.

By Redazione

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