Dal 2008 arottenbit porta avanti un progetto solista nato attorno a un Nintendo Game Boy e cresciuto fino a diventare una realtà ibrida e radicale, sospesa tra elettronica estrema, hardcore, metal e sperimentazione sonora. Il suo nuovo lavoro, “You Don’t Know What A Rework Is”, è un disco ambizioso che coinvolge venti band italiane chiamate a reinterpretare i suoi brani tra cover, remix e vere e proprie ricostruzioni sonore. Un’operazione fuori dagli schemi che ribalta il concetto di remix tradizionale e amplia ulteriormente l’universo sonoro del progetto. Ne abbiamo parlato direttamente con lui.
1. Ciao e benvenuto su Crepe Sonore! Presenta arottenbit ai nostri lettori.
Eeeeeeeeeeeeee. Buonasera. arottenbit è il mio progetto musicale, attivo dal 2008. Per anni l’ho descritto così: ho un Nintendo Game Boy tra le mani, premo dei pulsanti ed esce musica. Nell’ultimo periodo questa definizione mi sta un po’ stretta, viste le direzioni che il progetto sta prendendo, ma resta una buona base di partenza. È sempre stata la mia valvola di sfogo, il posto dove convogliare tutta la mia creatività senza altre teste coinvolte nella scrittura. Volevo un progetto totalmente libero, senza compromessi. Il Game Boy è stato anche lo strumento più economico con cui iniziare a comporre brani completi, senza dover comprare un laptop costoso che a vent’anni non potevo permettermi.
2. Parlaci di "You Don’t Know What A Rework Is", dai primi passi fino alla sua conclusione.
Oddio, il processo dai primi passi fino alla sua conclusione è parecchio lungo da spiegare: tanti mesi e tanti chilometri ci sono voluti per realizzarlo. Nonostante io faccia musica con il Game Boy, vengo da un background hardcore punk e metal, e quasi ogni brano nasce da un riff improvvisato su uno strumento reale. È musica elettronica con una struttura molto fisica. Ogni riff è suonabile da una chitarra, ogni fill da una batteria. Da anni sognavo di sentire i miei brani suonati da strumenti veri, e nel 2025 questo disco è nato proprio con quell’obiettivo. Ho contattato decine di band amiche, messo insieme una line-up di cui sono molto orgoglioso, assegnato a ciascuna un brano e poi lasciato totale libertà. Alcuni hanno fatto cover, altri vere e proprie reinterpretazioni, altri ancora lavori di campionamento e remix. Io li chiamo rework. Avevo visto molte band pubblicare dischi di remix invitando producer elettronici. Facendo io stesso musica elettronica, mi sono chiesto cosa sarebbe successo facendo l’opposto e invitando delle band. Idea bella, ma complicatissima da realizzare. Venti band da tutta Italia, venti generi diversi, venti brani da registrare e mixare. Per fortuna, oltre alla musica 8-bit, lavoro come fonico, quindi ho potuto registrare molti pezzi e mixarli tutti io, cercando di dare un suono coerente al disco, fatto di compressioni e distorsioni fuori scala, nonostante i 67 differentissimi musicisti coinvolti. È stata una faticaccia. Sono molto orgoglioso del risultato.
3. Come ti senti riguardo questo nuovo lavoro e come sta andando a livello di pareri di stampa e pubblico?
È un disco difficile. Settantacinque minuti, venti brani. La maggior parte delle riviste non è arrivata in fondo prima di scriverne. A questo punto penso che il disco sia diventato quasi un esperimento performativo, più che qualcosa da ascoltare dall’inizio alla fine in modo tradizionale. A breve andrò in tour e sarà interessante capire, dalle vendite, che tipo di interesse reale c’è attorno al disco.
4. Oltre ad arottenbit suoni in altri progetti?
Al momento no. L’anno scorso avevo una band chiamata CASTRAZIONE, citando gli Swans. Facevamo colonne sonore industrial, noise e doom metal. Io a voce, percussioni e programmazione; Nic e Ken dei Fuoco Fatuo a synth e chitarra. Abbiamo fatto un solo live, suonando la colonna sonora di uno spettacolo teatrale. Non esistono registrazioni. Mi piacciono molto queste performance uniche. In passato ho portato in scena un progetto in cui mi facevo tatuare usando microfoni a contatto su petto e collo per trasmettere il dolore al pubblico, e un altro in cui, su un palco, masturbavo una donna cercando di creare suoni coerenti con la musica. Mi piace sperimentare.
5. Parliamo del tuo stile musicale. Come lo definiresti e a chi consiglieresti il tuo ultimo album?
L’ultimo album passa dal grindcore al flamenco, dal drone al crust, dal noise all’ambient. Se riconoscete anche solo uno di questi nomi tra le band coinvolte, forse vale la pena ascoltarlo: Across The Swarm, Ainu, Alberto Pequeño (Messa), Baratro, Carcharodon, Dolpo, Edoardo Taddei (Master Boot Record), Fosgene, Fulci, Hyperwulff, Isaak, Leslienelsen, Master Boot Record, Ottone Pesante, Overcharge, Ovo, Pugnale, Stefano Rutolini (Stormo), Threestepstotheocean, Undertakers, Viscera///.
6. I live show sono importanti per te? Stai suonando dal vivo in questo momento?
In questo momento mi sono preso una breve pausa dai live per scrivere materiale nuovo. Vorrei pubblicare due album quest’anno. Dopo ripartirò con circa settanta date tra Europa, UK, USA e Canada. Suonare dal vivo è una delle cose che più mi diverte. Lo scambio di energia con il pubblico è fondamentale. Ogni brano lo scrivo immaginando un club con un impianto grosso e un pubblico da sorprendere e colpire. Mi piace stare in mezzo alla gente e pogare con loro. Dicono che i miei live siano molto fisici. È un aggettivo che mi piace.
7. Con chi pensi che Arottenbit vorrebbe almeno una volta dividere il palco?
Dopo aver già suonato con Melvins e Atari Teenage Riot, direi che la wishlist è praticamente chiusa. È stato assurdo. Lo scorso ottobre sono stato in tour per un mese con Igorrr come fonico. Mi piacerebbe molto tornare a fare un tour con lui, questa volta suonando in apertura. Il suo pubblico è curioso e attento, mi divertirei parecchio.
8. Come nasce un tuo brano di solito? E come avviene il processo compositivo?
Ultimamente i miei brani non hanno una forma fissa. Sto scrivendo pezzi gabber-reggaeton, sludge-techno, noise-pop. Ognuno nasce in modo diverso: a volte da un riff suonato al basso, a volte da un rumore registrato per strada, a volte da una melodia fischiata sul telefono. Poi mi metto al computer, apro Reaper o Live e inizio a lavorare sul suono, cercando una forma da costruire e distruggere allo stesso tempo. L’unica regola è non accumulare idee a caso, ma far reggere ogni brano su pochi elementi che si ripetono e creano identità. Da lì può succedere di tutto. Il riff di basso può trasformarsi in un drone di riverberi e venire schiacciato dal sidechain di un compressore triggerato da un sample di amen break distorto, mentre una voce canta in napoletano ed esce fuori dalle tenebre aprendo lentamente un filtro passa-basso. Tutto può diventare tutto. Stupire, sorprendere, inorridire e spaventare sono parole chiave per me, insieme al tentativo di smuovere il pubblico, che sia ballando o aprendo un moshpit.
9. Ok, abbiamo finito. Concludi come vuoi!
Grazie a Crepe Sonore. Questa musica nasce da un bisogno reale. Se vi arriva, bene. Se vi dà fastidio, ancora meglio.
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